sabato 14 maggio 2011

Come polline nel vento

Non è facile trovare il proprio ambiente, il proprio branco, ove tutti ti conoscono e ti rispettano accettandoti come sei.
Perfino Chaplin riconosceva questa difficoltà, l'improbabilità di una persona che non fosse "normale" di adattarsi alla gente comune se non perdendo se stessa.
La libertà di azione e di espressione è meravigliosa quando sai che nessuno ti condannerà per essa, è come stare nel proprio ecosistema ideale, gli odori sono familiari, la terra è più morbida, e la vista si ritempra davanti all'immagine di casa.
Il problema del branco stesso è che una volta creata una sintonia tale da giungere a questo punto cambiamenti decisivi anche di uno soltanto dei membri portano a sconvolgimenti di tutto il gruppo, quasi accadesse per osmosi. Il gruppo può modificarsi, adattarsi, ma la sua elasticità è molto limitata in quanto ricorda il precedente equilibrio di pace, fino a quando la deformazione formatasi non supera il punto di elasticità e diventa irrimediabilmente plastica, per non dire che giunga a un vero e proprio punto di rottura.

Il risultato di queste pamplane che non so come ultimare?
Ti vedo volare via, come polline nel vento, impossibile da sfiorare poichè si distruggerebbe.

venerdì 6 maggio 2011

Anatre

Spesso affermo ultimamente "Cazzo mi sono dimenticato a caso il richiamo per anatre".
Il significato sembra oscuro senza il contesto, ma se dico che enuncio la cosa solo in presenza di un gruppo di femmine la cosa si fa cristallina.
Nonostante becere ragazzine mi additerebbero come maschilista, io son grandemente per la parità sessuale, e non mi spiace far il cavaliere ogni tanto, con chi merita.
Ciononostante la domanda che quest'oggi pongo è: perchè se mi trovo con i miei amici maschi parliamo di tutto, da stupidaggini a esistenzialismo ma con un filo conduttore di matura logica che rende i discorsi adulti, mentre se cominciano ad accorrere un numero >2 di femmine (bada bene non donne) si comincia a sentir starnazzare di idiozie?
Si si "bla bla bla non tutte son così bla bla bla" diranno molte, e io vi rispondo che ne conosco 3 che così non sono, è un numero piuttosto esiguo non credete?
Eppur spesso l'annosa questione ritorna, ma sarà possibile che questa latenza di idiozia sia così diffusa, fino al punto di trasformare quel che io idealizzo come magnifica e sublime entità in qualcosa da disprezzare?
Mah, saran gli anni 90.
Respiravo ancora nella tua bocca mentre mi portavi via la vita, giacendo sotto te come amanti addormentati.

Estratti dal Libro Rosso IV:

Penetra la roccia
che ciotola la strada
mille lame nella pelle.
Il nero peso del profeta
schiavo e re apparso a loro
grigi esseri di sabbia
condannati all'Ade
bramosi del mio corpo.
Ferro e carne attraversano me
amaro ora è il vino
guarda padre la tua creatura
mandata al patibolo perchè lasciva
che fuoco venga per me
mentre rinnego l'alto
e per loro che mai saran redenti.

lunedì 25 aprile 2011

Mercoledì 20 aprile 2011

Un'altra sera in un buio angolo illuminato da una misera lampada da ufficio, a scriver le mie memorie informatiche, stringhe di dati che nessuno leggerà, andando esse a perdersi nell'etere col tempo e il rinnovamento della tecnologia.
Amerei molto di più una vecchia Olivetti, la compagnia del suo monotono suono mentre ritmicamente lascio che le mie dita cadano pesanti sui tasti, come inesperto pianista, brevi campanelli quando la linea giunge al termine, e via nuovamente in un susseguirsi di toni identici.
Eppur son qui, volendo che qualcuno leggesse i miei scritti solitari, così patetico nel cercare quelle misere attenzioni che richiedo e che mai mi vengon donate, così solo da scrivere a me stesso per rompere il flusso di pensieri di decadenza che mi attanaglia senza sosta.
Non era così che immaginavo l'inizio delle mie vacanze, seduto su una sedia rotta accatastato dove capita mentre l'aroma chimico della vernice avorio inonda le mie nari, ricordandomi i lavori che accadon nella mia camera. La figura che avevo in mente era di poco conto certo, ma a modo suo bella, in un baretto senza alcun significato a bere fino all'intorpidimento sensorio, e poi viaggiare con la mente in compagnia di pochi fedeli che stimolassero il mio estro per allontanare volti familiari ma terribili dalla mia mente, creando un singolare vuoto caleidoscopico in cui poter notare mille sfaccettature diverse dalla grigia realtà.
Una chitarra solitaria accompagna il mio scritto, simile a messa da requiem gridata con infinita disperazione, unghie sulla scura lavagna che si spezzano lasciando sangue come scia di identità. Non riesco a non ascoltare la cantilenante malinconia delle note, l'unico modo di lasciare questo grigio è scendere ancora, lentamente, finchè perfino la vista sparisce e il grigio non si nota più, sostituito dal caldo nero, compagno in ogni istante.
A tratti escon volti, passati e nuovamente presenti, stranamente simili nella fisionomia, nel colore, nella gioia, ma forse è solo la mia idealizzazione che li accomuna, così alta da esser ad ogni istante precaria, quando non ormai mutata in negatività o viceversa. Troppo umano, ancora troppo umano.
Vedo i loro corpi intrecciarsi col mio, sudati nella loro lubricità, vogliosi ancora di me, anche quando il corpo finisce resta l'Io da consumare, più intimo di qualsiasi tessuto, più profondo di qualsiasi baratro. Mi chiamano a loro come cane fedele, con parole gentili e gesti d'affetto, mentre ancor una volta rifuggo dai sentimenti, dalla necessità di qualcuno, poiché troppo dolorante e mai guarito. Mi desiderano perché scappo, perché sparo ogni molecola del mio organismo verso il nulla piuttosto che verso loro, cedere significa soccombere ancora, subire ancora quella dolce umiliazione sfociante nell'ennesimo dolore che potrebbe costarmi davvero troppo stavolta.
Mi piacerebbe in realtà arrivare a una certa decisione, credo sarebbe pacificatrice, delicata, indolore, eppur mi sembra di occorrere ancora a qualcosa, oppure di non aver svolto lo scopo, e dunque persevero vessato dal destino e dal crudele universo.
Sogno un viaggio in mondi n-dimensionali, ove spazio e tempo non contano più, dove le geometrie si intersecano in oscure strutture inimmaginabili, poter giacere su quello che non più è angolo senza provar dolore, mentre uno spettro iridescente rappresentante un nuovo spazio si crea davanti a me.

Inserito il 25/04/2011 data la conclusione di ferie.

lunedì 18 aprile 2011

...see you cowboy...

Strana scoperta è la mia, quella di sapermi perdonante.
Sarà che ho un codice ben specifico e intangibile, ovvero quello di dar una seconda chance a tutti, sarà la karmica calma che m'assiste di recente, ma raramente capita alla mia persona di cancellare come gomma su matita un intero avvenimento.
Mi par di dimenticare una ferita profonda, illudendomi che mai abbia fatto male per davvero, anzi forse ero io a lamentarmi troppo, e ciò che rimane è una cicatrice sottile da mirare in giorni di malinconia.
Chissà, visto che la pugnalata è arrivata sulla schiena, probabilmente non vedendone il segno è entrata in dimenticatoio.
Mi son preposto un obiettivo esotico, un po' perchè mi diverte, un po' per esperimento, ovvero quello di cancellare da zero qualunque cosa, e riprendere come foglio bianco, non sapendo nulla se non che voglio viver con naturalezza, senza nessuno che mi imponga limiti, e recuperare tutto quello che molto più di due anni non mi han dato.


...see you cowboy...

venerdì 1 aprile 2011

Mandorla Amara



Melliflua si fa strada nel palato
Silente e maestosa
Mandorla amara in cui soccombere
Giusto culmine del giorno.
Serpeggia in gola
Come murena in mari tropicali
Nuotando celere verso il basso
Ove vi è la sua tana.
Madido si fa il viso
Dolgon i nervi di fuoco
Il respiro s'affanna
Il cuore batte d'amore.
A terra, esausti
La linfa ora è fuoco
Nell'ultima estasi
Cessa lesto il corpo.