venerdì 6 maggio 2011

Estratti dal Libro Rosso IV:

Penetra la roccia
che ciotola la strada
mille lame nella pelle.
Il nero peso del profeta
schiavo e re apparso a loro
grigi esseri di sabbia
condannati all'Ade
bramosi del mio corpo.
Ferro e carne attraversano me
amaro ora è il vino
guarda padre la tua creatura
mandata al patibolo perchè lasciva
che fuoco venga per me
mentre rinnego l'alto
e per loro che mai saran redenti.

lunedì 25 aprile 2011

Mercoledì 20 aprile 2011

Un'altra sera in un buio angolo illuminato da una misera lampada da ufficio, a scriver le mie memorie informatiche, stringhe di dati che nessuno leggerà, andando esse a perdersi nell'etere col tempo e il rinnovamento della tecnologia.
Amerei molto di più una vecchia Olivetti, la compagnia del suo monotono suono mentre ritmicamente lascio che le mie dita cadano pesanti sui tasti, come inesperto pianista, brevi campanelli quando la linea giunge al termine, e via nuovamente in un susseguirsi di toni identici.
Eppur son qui, volendo che qualcuno leggesse i miei scritti solitari, così patetico nel cercare quelle misere attenzioni che richiedo e che mai mi vengon donate, così solo da scrivere a me stesso per rompere il flusso di pensieri di decadenza che mi attanaglia senza sosta.
Non era così che immaginavo l'inizio delle mie vacanze, seduto su una sedia rotta accatastato dove capita mentre l'aroma chimico della vernice avorio inonda le mie nari, ricordandomi i lavori che accadon nella mia camera. La figura che avevo in mente era di poco conto certo, ma a modo suo bella, in un baretto senza alcun significato a bere fino all'intorpidimento sensorio, e poi viaggiare con la mente in compagnia di pochi fedeli che stimolassero il mio estro per allontanare volti familiari ma terribili dalla mia mente, creando un singolare vuoto caleidoscopico in cui poter notare mille sfaccettature diverse dalla grigia realtà.
Una chitarra solitaria accompagna il mio scritto, simile a messa da requiem gridata con infinita disperazione, unghie sulla scura lavagna che si spezzano lasciando sangue come scia di identità. Non riesco a non ascoltare la cantilenante malinconia delle note, l'unico modo di lasciare questo grigio è scendere ancora, lentamente, finchè perfino la vista sparisce e il grigio non si nota più, sostituito dal caldo nero, compagno in ogni istante.
A tratti escon volti, passati e nuovamente presenti, stranamente simili nella fisionomia, nel colore, nella gioia, ma forse è solo la mia idealizzazione che li accomuna, così alta da esser ad ogni istante precaria, quando non ormai mutata in negatività o viceversa. Troppo umano, ancora troppo umano.
Vedo i loro corpi intrecciarsi col mio, sudati nella loro lubricità, vogliosi ancora di me, anche quando il corpo finisce resta l'Io da consumare, più intimo di qualsiasi tessuto, più profondo di qualsiasi baratro. Mi chiamano a loro come cane fedele, con parole gentili e gesti d'affetto, mentre ancor una volta rifuggo dai sentimenti, dalla necessità di qualcuno, poiché troppo dolorante e mai guarito. Mi desiderano perché scappo, perché sparo ogni molecola del mio organismo verso il nulla piuttosto che verso loro, cedere significa soccombere ancora, subire ancora quella dolce umiliazione sfociante nell'ennesimo dolore che potrebbe costarmi davvero troppo stavolta.
Mi piacerebbe in realtà arrivare a una certa decisione, credo sarebbe pacificatrice, delicata, indolore, eppur mi sembra di occorrere ancora a qualcosa, oppure di non aver svolto lo scopo, e dunque persevero vessato dal destino e dal crudele universo.
Sogno un viaggio in mondi n-dimensionali, ove spazio e tempo non contano più, dove le geometrie si intersecano in oscure strutture inimmaginabili, poter giacere su quello che non più è angolo senza provar dolore, mentre uno spettro iridescente rappresentante un nuovo spazio si crea davanti a me.

Inserito il 25/04/2011 data la conclusione di ferie.

lunedì 18 aprile 2011

...see you cowboy...

Strana scoperta è la mia, quella di sapermi perdonante.
Sarà che ho un codice ben specifico e intangibile, ovvero quello di dar una seconda chance a tutti, sarà la karmica calma che m'assiste di recente, ma raramente capita alla mia persona di cancellare come gomma su matita un intero avvenimento.
Mi par di dimenticare una ferita profonda, illudendomi che mai abbia fatto male per davvero, anzi forse ero io a lamentarmi troppo, e ciò che rimane è una cicatrice sottile da mirare in giorni di malinconia.
Chissà, visto che la pugnalata è arrivata sulla schiena, probabilmente non vedendone il segno è entrata in dimenticatoio.
Mi son preposto un obiettivo esotico, un po' perchè mi diverte, un po' per esperimento, ovvero quello di cancellare da zero qualunque cosa, e riprendere come foglio bianco, non sapendo nulla se non che voglio viver con naturalezza, senza nessuno che mi imponga limiti, e recuperare tutto quello che molto più di due anni non mi han dato.


...see you cowboy...

venerdì 1 aprile 2011

Mandorla Amara



Melliflua si fa strada nel palato
Silente e maestosa
Mandorla amara in cui soccombere
Giusto culmine del giorno.
Serpeggia in gola
Come murena in mari tropicali
Nuotando celere verso il basso
Ove vi è la sua tana.
Madido si fa il viso
Dolgon i nervi di fuoco
Il respiro s'affanna
Il cuore batte d'amore.
A terra, esausti
La linfa ora è fuoco
Nell'ultima estasi
Cessa lesto il corpo.

domenica 27 marzo 2011



"Tutto è bene quel che finisce" [autocit]

lunedì 21 marzo 2011

I figli del serpente

Un tempo nel grande sud, vicino al Polo Elementale del Fuoco, viveva il grande Cobra d'Opale, grande elementale della terra che regnava sopra e sotto il deserto. Le popolazioni nomadi lo veneravano, in cambio di acqua e protezione, offrendogli le più belle ragazze di ogni tribù, con cui egli figliava creando dei semidei mezzi uomini e mezzi serpenti, che vivevano in pace con le tribù difendendole dai pericoli dell'insidioso deserto, e dall'oscuro Wyld.
Nacqui da una di quelle femmine, grande e forte come le rocce più scure, in un periodo di caos e mutamento, quando le Stirpi del Drago giunsero dall'Isola Benedetta per distruggere gli dei e instaurare il culto dei cinque Draghi.
Non fummo pronti alla loro disciplina, e al loro numero, così cademmo a centinaia, umani e semidei indistintamente. Venni preso e torturato da un generale della terra, che si godde le mie sevizie senza fine, costringendomi a mangiare la gente del mio villaggio per saziare la mia fame senza fine.
Poi giunse un uomo, anziano e severo, che calmo giunse di fronte a me, e poggiandomi una mano sul muso, infuse in me una prigione per la mente, potevo vedere ma non guardare, potevo perrcepire ma non sentire, e le mie movenze erano artificiali, controllate da una volontà più grande della mia.
-Vai e uccidi i tuoi fratelli, senza pietà- disse la voce dell'uomo nella mia mente, e come fidato cane io obbedìì, versando lacrime di sabbia.
Caddero in molti, forse non tutti, ma di sicuro la totalità di quelli che conoscevo. Il sistema era semplice, loro mi accoglievano per ciò che ero, e io li uccidevo appena se ne presentava l'occasione.
Quando non ce ne furono più, e il culto del Cobra d'Opale era sostenuto solo da poche centinaia di ribelli, il vecchio se ne andò e venni dimenticato in carcere, a morire come pietra sotto l'acqua.
Il generale della terra morì, e io diventai proprietà di suo figlio, che si dilettò in giochi ancora più crudeli del padre, incidendo le gemme che componevano le mie scaglie con scalpelli di giada.
Una cosa bramava il mio cuore, l'unica che mi aveva sempre tenuto in vita, e che ora era più forte che mai: vendetta, accompagnata dal massacro indiscriminato di tutti quei miseri umani che avevano soggiogato il deserto.
feci appello al mio ormai debole padre, e al suo sangue, e sentii la sua potente risposta. Crebbi, gonfiando a dismisura i miei muscoli di pietra, il mio muso di allungò e i miei occhi normalmente gialli mutarono in pozze di buio rosso, folle e smisurato. Strappai le catene che mi imprigionavano, e afferrai il misero umano ai miei piedi, infilando le mie mani artigliate nel suo sterno, aprendo crudeli piaghe nelle sue costole, ma senza toccare gli organi vitali. Lo bloccai a terra con la coda, spezzai tutti gli arti con uno schiocco sordo, e lentamente mi feci strada con il muso nelle sue viscere, mescolando gli odori con la lingua prima di tuffarmi in quel sontuoso banchetto umido e caldo. Vidi la sua energia bianca spegnersi lentamente, e sapevo che se avesse potuto emettere fiato avrebbe pregato me di finire presto il lavoro.
Uscii dalla cella, senza che nessuno potesse fermarmi, raccolsi il grande martello di quella famiglia, con la testa somigliante a un drago, e andai verso l'estremo sud, dove i miei adoratori attendevano un leader che li avrebbe portati verso la guerra.

giovedì 17 marzo 2011

Estratti dal Libro Rosso III: Diana

Che di lei non conosca
che la perlacea cute, o la corvina chioma
importa poco di fronte alla sua magnificenza.
Siede fiera e consapevole
del suo potere sul mondo,
mi perdo nei suoi occhi
pozze di buio profondo
e abbasso lo sguardo per non farvi ritorno.
Sarà la sua voce come cantico?
Rispecchierà antichità il suo nome?
Nel disturbato silenzio notturno,
come cacciatrice di uomini,
Diana è il suo nome, per i miei sensi.